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venerdì 1 febbraio 2019

E' FATICOSO FREQUENTARE I BAMBINI



Dite:
è faticoso frequentare i bambini.
Avete ragione.
Poi aggiungete: 
perché bisogna mettersi al loro livello,
abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli.
Ora avete torto.
Non è questo che più stanca.
E' piuttosto il fatto di essere obbligati ad innalzarsi fino all'altezza dei loro sentimenti.
Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi.
Per non ferirli.
Janusz Korczak

CANTO PER AZANIA

Canto per Azania*

C’è chi dice che non ci credo, ma non è vero
Io credo in te mia Azania
Tu sei la terra da dove vengo, mi hai elevata,
Sei l’universo che guida ogni mio pensiero
Anch’io ti porto con me, nel mio cuore
Mi siedo e sprofondo nelle mie riflessioni, con te in me, accanto a me.
Ascolto il tuo canto e le  tue memorie
Mentre loro danzano come un sogno nella mia mente
E ti ringrazio per la tua visione, memoria ed immaginazione…

Canterò solo per te, se porterai con te queste canzoni
Portami con loro, e sediamoci assieme
E respiriamo, E Respiriamo, E Respiriamo
Aliti di Vita dentro i nostri vuoti involucri
Ululati, balli, canti per i nostri involucri spezzati
Le cui polveri fini, brillanti cospargono il nostro cammino

Natalia Molebatsi
(Traduzione di raphael d’abdon)
* Etimologicamente “Azania” è una parola araba o persiana che definisce le popolazioni nere dell’Africa. Nella letteratura antica si trovano riferimenti ad Azania in Plinio il Vecchio (23-79), il quale localizza il Mare di Azania nella zona costiera dell’odierna Somalia.

lunedì 21 febbraio 2011

SONETTO

Mentre ch'er  ber paese se sprofonna         

Mentre ch'er  ber paese se sprofonna
 tra frane, teremoti, innondazzioni
mentre che so' finiti li mijioni
pe turà un deficì de la Madonna

Mentre scole e musei  cadeno  a pezzi
e l'atenei  nun c'hanno più quadrini
pe' la ricerca, e i cervelli ppiù fini
vanno in artre nazzioni a cercà mezzi                                                                                                                     
Mentre li fessi pagheno le tasse
e se rubba e se imbrojia a tutto spiano
e le pensioni  so'  sempre  ppiù basse

Una luce s'è accesa nella notte.
Dormi  tranquillo popolo itajiano
A noi ce sarveranno le mignotte.

 

sabato 8 gennaio 2011

Natalia Molebatsi, poetessa sudafricana

Ecco alcune poesie di Natalia Molebatsi: chi desidera saperne di più può far visita ad un bellissimo blog:http://www.nuovoeutile.it/ita_creativita_linguaggio_scrittura.htm


I miei piedi cercano


i miei piedi raschiano sotto la superficie dei sogni
indimenticati ma
irrealizzati

indimenticabili ma
irrintracciabili
irrinunciabili ma irraggiungibili ricordi

la pelle della mia anima è invasa
l’anima della mia profondità è inghiottita dai volti banali dei vostri centri commerciali
e dei vostri sportelli di credito
i miei piedi trovano fango in cui si nascondono spine

i miei piedi cercano il tocco dell’anima sottostante
le profondità dei vostri splendidi ventri

i miei piedi cercano di ritornare indietro nel tempo,
prima di quando ci fu insegnato a dimenticare il rispetto
e a disconoscere le tracce native delle nostre orme



Parlo agli spiriti
parlo a spiriti
vivi e vegeti
che parlano al silenzio
io parlo al clamore del silenzio
loro interrogano l’asprezza del silenzio

parlo agli spiriti
che parlano al ritmo
io ballo seguendo il ritmo
parlo a ombre danzanti
su muri
muri di luce
muri di dolore
muri di fede
muri di pioggia
che non arriva mai

parlo agli spiriti
che parlano a barricate
e check points
che inghiottiscono i nostri figli nel fiore della loro esistenza
e figlie che esplodono da episodi silenziosi
di fede
e dolore
e pioggia che non arriva mai

parlo a spiriti
che parlano al silenzio e
le ali della donna cariche di desiderio
volontà, disperazione e voglia di parlare

alla mente
con la mente
non con degrado
ma con l’unità
e l’intreccio delle dita delle nostre mani
e dei nostri piedi
parlano, con la tua visione,
che è nitida

parla agli spiriti
suoni tra le mura dei nostri pensieri
non solo attraverso il movimento delle labbra
ma l’evoluzione dell’anima
e crea la tua

sentiero da tracciare

parlo a spiriti
facendo risuonare
i colori di ogni ombra
che danza sulle mura dei miei pensieri

parlo a spiriti
che non svaniscono mai
(io) parlo agli spiriti

 
Song for Azania

Some say I don’t believe, but I do
I do believe in you my Azania
You are the very soil that I come from, you lift me
The very universe that guides my every thought
I carry you too, to my bosom
I sit there and I go deep in reflection, with you in me, by me

I listen to your song and memories
As they dance like a dream in my head
Thanking  you for your vision, memory and imagination…

I will only sing for you if you take these songs home with you
Carry me with them, and we sit together
And breath, And Breath, And Breath
Some life into our empty shell
Ululate, dance, sing for our broken shell
Whose fine, shiny dust sprinkles our path





 Canto per Azania*

C’è chi dice che non ci credo, ma non è vero
Io credo in te mia Azania
Tu sei la terra da dove vengo, mi hai elevata,
Sei l’universo che guida ogni mio pensiero
Anch’io ti porto con me, nel mio cuore
Mi siedo e sprofondo nelle mie riflessioni, con te in me, accanto a me

Ascolto il tuo canto e le tue memorie
Mentre loro danzano come un sogno nella mia mente
E ti ringrazio per la tua visione, memoria ed immaginazione…

Canterò solo per te, se porterai con te queste canzoni
Portami con loro, e sediamoci assieme
E respiriamo, E Respiriamo, E Respiriamo
Aliti di Vita dentro i nostri vuoti involucri
Ululati, balli, canti per i nostri involucri spezzati
Le cui polveri fini, brillanti cospargono il nostro cammino
                                                                         Natalia Molebatsi
(Traduzione di raphael d’abdon)

* Etimologicamente “Azania” è una parola araba o persiana che definisce le popolazioni nere dell’Africa. Nella letteratura antica si trovano riferimenti ad Azania in Plinio il Vecchio (23-79), il quale localizza il Mare di Azania nella zona costiera dell’odierna Somalia. Riferimenti più precisi su Azania si possono ritrovare nell’opera anonima Periplo del Mare Eritreo (scritta attorno al secondo secolo d.c.), nella quale sono descritti porti e commerci lungo le coste dell’Africa e dell’India. Nel Periplo Azania identifica un’area non ben definita lungo la costa orientale dell’Africa, che coincide con l’odierna Somalia, la zona costiera del Kenya e della Tanzania e l’antico sultanato arabo dello Zanj (sull’argomento vedi: G.W.B. Huntingford, Periplus of the Erythraean Sea, London, Hakluyt Society, 1980). Più recentemente Evelyn Waugh diede il nome di Azania all’isola fittizia situata fuori dalla costa somala nel suo romanzo Black Mischief del 1932. Azania riapparse in un contesto differente nel 1958, durante la All-African Peoples Conference organizzata da Kwame Nkrumah ad Accra (Ghana), dove il nome fu proposto come sostituto a Sudafrica. Ma l’uso moderno della parola Azania come nome alternativo a Sudafrica divenne popolare solo a partire dal 1979, quando cominciò ad apparire in nomi di organizzazioni come la Azanian People’s Organisation (una curiosità: a livello internazionale la Repubblica Popolare Cinese si riferiva ufficialmente ad “Azania” nei suoi rapporti diplomatici con il Sudafrica dell’apartheid). Durante le prime elezioni libere nel 1994 alcuni proposero Azania come nome ufficiale del paese, ma la richiesta rimase lettera morta. Fu l’ANC – storicamente avverso al concetto di Azania – a cassare la proposta, giudicando il termine Azania compromesso con il colonialismo (?), ma soprattutto troppo identificato con il partito dissidente PAC (Pan Africanist Congress).

martedì 12 ottobre 2010

"IMPRESSIONI N. 1", di Luigi Bologna

Ho scritto queste "Impressioni" durante il viaggio in Myanmar (Birmania) e Cambogia:



TA PRON (Cambogia)

Aeree radici
Tutto avviluppano
In un mortale abbraccio.
La natura ha il sopravvento
Sulla storia.








FOSSE COMUNI AD ANGKOR (Cambogia)
Quasi più  non si riesce
A respirare.
Dai templi esce,
Fetido, l’odore
 Dello sterminio kmer.



MERCATO A INLE (Myanmar)
 
Come formiche
Escono ininterrottamente dalla fila
Attirati da suoni,
Sapori, odori, colori
Sempre diversi
Sempre uguali.


INLE (Myanmar)

Difficili la pésca,
La coltivazione, la tessitura.
Ad Inle difficile la vita.







ORTI AD INLE (Myanmar)
Terra sull’acqua
Che s’alza e s’abbassa
Coi monsoni.
Piccole barche allungano
Le loro ombre sugli orti
Senza ferire il tempo.



PESCATORI DI INLE (Myanmar)
Statue galleggianti
Su barche di giunco
In attesa.
         Il futuro
         E’ una dimensione
         Irreale.
TESSITURA (Myanmar)

Teste chine
Su telai antichi
A tessere
Capi
Che mai indosseranno

  


IL TOPO (Myanmar)
Nel villaggio,
Sul sentiero polveroso,
Hanno appena ucciso un grosso topo.
         Gridando, i bambini corrono, scalzi,
         Verso di noi
         E ci scrutano
         Con occhi curiosi,
         Dimentichi del trofeo.


RAGAZZE DEL VILLAGGIO (Myanmar)
Accorrono per prime
Alla sièpe del recinto
E, civettuole, spiano i nostri movimenti.
         Ammiccano, bisbigliano
         Furtivamente.
         Si sciolgono, infine,
         In un sorriso dorato.











 DONNE A BAGAN (Myanmar)
Nel villaggio neolitico
Dignitose ci accolgono
Donne di tutte le età,
Mentre un ragazzo seminudo
Sale a piedi scalzi
Sull’altissimo albero di cocco
A raccogliere sei pentolini
Di zucchero.
         Scende rapido
         Col suo trofèo
         Nella destra.
         E intanto le donne ci allungano
         Zucchero di palma,
         Noccioline tostate
         E semi di sesamo.



KALYA (Myanmar)
Le tue rosse labbra




Penetrano come lama
Quando mi poso sui tuoi occhi neri,
Sabbia ardente dell’Ayerwaddy.

martedì 20 aprile 2010

" 'A livella", di Totò. Originale e versione dialettale

 'A LIVELLA
                           di Totò

Ogn'anno, il due novembre, c'è l'usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll'adda fa' chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero.

Ogn'anno, puntualmente, in questo giorno,
di questa triste e mesta ricorrenza,
anch'io ci vado, e con dei fiori adorno
il loculo marmoreo 'e zi' Vicenza.

St'anno m'è capitata  'n'avventura...
dopo di aver compiuto il triste omaggio
(Madonna!), si ce penzo, che paura!
ma po' facette un'anema e curaggio.

'O fatto è chisto, statemi a sentire:
s'avvicenava ll'ora d''a chiusura:
io, tomo tomo, stavo per uscire
buttando un occhio a qualche sepoltura.

"QUI DORME IN PACE IL NOBILE MARCHESE
SIGNORE DI ROVIGO E DI BELLUNO
ARDIMENTOSO EROE DI MILLE IMPRESE
MORTO L'11 MAGGIO DEL '31".

'O stemma cu 'a curona 'ncoppa a tutto...
...sotto na croce fatta 'e lampadine;
tre mazze 'e rose cu 'na lista 'e lutto:
cannele, cannellotte e sei lumine.

Proprio azzeccata 'a tomba 'e stu signore
nce steva 'n'ata tomba piccerella,
abbandunata, senza manco un fiore;
pe' segno, sulamente 'na crucella.

E ncoppa 'a croce appena se liggeva:
"ESPOSITO GENNARO NETTURBINO":
guardandola, che ppena me faceva
stu muorto senza manco 'nu lumino!

Questa è la vita! 'ncapo a me penzavo...
chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
Stu povero maronna s'aspettava
ca pure all'atu munno era pezzente?

Mentre fantasticavo stu penziero,
s'era ggià fatta  quase mezanotte,
e i' rummanette 'nchiuso priggiuniero,
muorto 'e paura... nnanze 'e cannelotte.

Tutto a 'nu tratto, che veco 'a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse 'a perte mia...
Penzaje: stu fatto a me mme pare strano...
Stongo scetato... dormo, o è fantasia?

Ate che fantasia; era 'o Marchese:
c''o tubbo, 'a caramella e c''o pastrano;
chill'ato appriesso a isso un brutto arnese:
tutto fetente e cu 'na scopa nmano.

E chillo certamente è don Gennaro...
'o muorto puveriello... 'o scupatore.
'Int' a stu fatto i' nun ce veco chiaro:
so' muorte e se retireno a chest'ora?

Putevano st' 'a me quasi 'nu palmo
quando 'o Marchese se fermaje 'e botto,
s'avota e, tomo tomo... calmo calmo,
dicette a don Gennaro: "Giovanotto!

Da Voi vorrei saper, vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir, per mia vergogna,
accanto a me che sono un blasonato?!

La casta è casta e va, sì, rispettata,
ma voi perdeste il senso e la misura;
la vostra salma andava, sì, inumata;
ma seppellita nella spazzatura!

Ancora oltre sopportar non posso
la vostra vicinanza puzzolente,
fa d'uopo, quindi, che cerchiate un fosso
tra i vostri pari, tra la vostra gente".

"Signor Marchese, nun è colpa mia,
i' nun v'avesse fatto chistu tuorto;
mia moglie è stata a ffa' sta fessaria,
i' che putevo fa' si ero muorto?

Si fosse vivo ve farrie cuntento,
pigliasse 'a casciulella cu 'e qquatt'osse,
e  proprio mo, obbj... 'nd'a stu mumento
mme ne strasesse dinto a n'ata fossa".

"E cosa aspetti, oh turpe malcreato,
che l'ira mia raggiunga l'eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato
avrei già dato piglio alla violenza!"

"Famma vedé... - piglia sta violenza...
'A verità, Marché, mme so' scucciato
'e te sentì; e si perdo 'a pacienza,
mme scordo ca so' muorto e so' mazzate!...

Ma chi te cride d'essere... nu ddio?
Ccà dinto, 'o vvuò capì, ca simmo uguale?...
...Muorto si' tu e muorto so' pur'io;
ognuno comme a n'ato è tale e qquale".

"Lurido porco!... Come ti permetti
paragonarti a me ch'ebbi natali
illustri, nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?"

"Tu qua' Natale... Pasca e Pifania!!!
T''o vvuo' mettere 'ncapo... 'int''a cervella
che staje malato ancora 'e fantasia?...
'A morte 'o ssaje ched'è? ... è una livella.

'Nu rre, 'nu maggistrato, 'nu grand'ommo


trasenno stu canciello  ha fatt' 'o punto
c'ha perzo tutto, 'a vita e pure 'o nomme:
tu nun t'hé fatto ancora chistu cunto?

Perciò, stamme a ssentì... nun fa' 'o restivo,
suppuorteme vicino - che te 'mporta?
Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
nuje simmo serie... appartenimmo 'a morte!"





                    Versione in dialetto legnaghese di Luigi Bologna.
NOTE: Ho lasciato inalterati il metro (endecasillabo a rime alternate) e  le parti in lingua italiana. Ho cambiato i nomi dei protagonisti, adattandoli alla realtà veneta. Ho cercato di mantenere lo "spirito" dell'originale, evitando una "traduzione" troppo letterale.


                               LA LIVELA

Ogn'anno, il due novembre, c'è l'usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Tuti i g'à da rispetare 'sta usanza;
ognuno g'à da vérghe 'sto pensiero.

Ogn'anno, puntualmente, in questo giorno,
di questa triste e mesta ricorrenza,
anch'io ci vado, e con dei fiori adorno
il loculo de la me zia Vicenza.

St'anno m'è capitata 'n'avventura...
dopo di aver compiuto il triste omaggio
(Madonna!), se ghe penso, che paura!
ma poi mi son fatto animo e coraggio.

El fato l'è questo, stème a scoltare:
stava rivando l'ora de chiusura;
mi, pian pianìn, fora gèra in via nare,
butando l'ocio a qualche sepoltura.

"QUI DORME IN PACE IL NOBILE MARCHESE
SIGNORE DI ROVIGO E DI BELLUNO
ARDIMENTOSO EROE DI MILLE IMPRESE
MORTO L'11 MAGGIO DEL '31".

'Na piastra  de bronzo de sora a tuto,
'na fotografia, 'na croze e bei ori,
mazi de rose co' 'na lista a luto,
zéri bianchi e blu e 'na mucia de fiori.

Propio tacà a la tomba de 'sto sior
ghe gèra 'nantra piéra picenìna,
senza scrite e, in più, senza gnànca on fior:
par segno gh'era sol 'na crocetìna.

E su la piéra apéna se lezéa:
"Agostino Crivelente, spazìn".
Vardandola, che pecà 'l me faséa 
'sto morto senza gnanca 'l so lumìn!

"Questa l'è la vita! fra mi pensava,
ci g'à vu tanto e ci no g'à vu gnente!
'Sto poro can propio nol se spetava
de essar, anca ne l'al de là, on pezénte".

Fin che fantasticava su la morte,
se g'à sentìo sonar distante on boto;
me òlto indrìo, i g'à sarà le porte:
no ghè gnessùn e mi me la fao soto.

Eco, de colpo, senza far bacàn,
do ombre vien ananti da la me parte;
le fa on saco de versi co le man,
par che le meta in mostra le so arte.

Altroché fantasmi: i gèra 'l Marchese
col cilindro, la farfàla, 'l pastràn;
quél vizìn a lu l'èra on bruto arnese
tuto pezà, co 'na spazaòra in man.

L'è propio lu, Agostino Crivelente,
un omo pitòco in cana, el spazìn,
-tuto intorno gnànca l'ombra de zénte-
la ziéra l'era da ojo de rezìn.

I me gèra distanti qualche metro
quando 'l Marchese 'l se ferma de boto;
el se gira de scato e serio e tetro
'l ghe dise a Crivelente:"Giovanotto!


Da Voi vorrei saper, vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir, per mia vergogna,
accanto a me che sono un blasonato?!

La casta è casta e va, sì, rispettata,
ma voi perdeste il senso e la misura;
la vostra salma andava, sì, inumata;
ma seppellita nella spazzatura!

Ancora oltre sopportar non posso
la vostra vicinanza puzzolente,
fa d'uopo, quindi, che cerchiate un fosso
tra i vostri pari, tra la vostra gente".

"Sior Marchese, no l'è mia colpa mia:
mi no v'avarìa mai fato 'sto torto;
me mujer l'è sta a far 'sta fessarìa;
mi cossa podéa far, s'èra za morto?

Se fusse vivo ve farìa contento,
ciaparìa 'sta casseta co i tri ossi
e senza spetàr, fin da 'sto momento
me la torìa su e 'ndarìa in altri fossi".

"E cosa aspetti, oh turpe malcreato,
che l'ira mia raggiunga l'eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato
avrei già dato piglio alla violenza!"

"Ma ci crédito mai de essare, ti?...
Capissito che qua sémo compagni?
Morto te si ti e morto son 'ca mi,
no magno più mi, e gnanca ti te magni".


"Lurido porco!... Come ti permetti
paragonarti a me ch'ebbi natali
illustri, nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?"

"Ma quài natali, pasqua e pifanìa!
Voto sì o no metarte in testa, oh bèla,
che za te si malà de fantasìa?
... la morte cossa l'è? L'è 'na livèla...

Re, grand'omo, avocato o camerlengo,
co l'à passà 'l cancèlo i gà capìo
che tuto quanto l'è za ndà a remengo,
e che da qua no se torna più indrìo.

Stàme a sentire, ti che te me schivi:
cossa te importa se te son tacà?
'Ste paiazade lasseghele a i vivi...
La morte tuti du la n'à fregà".
















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