Le pagine che seguono sono l'inizio del racconto di nonno Luigi alle sue nipotine in una fredda serata d'inverno a Vigo
1. Davanti al caminetto
Subito dopo cena nonno Luigi si era seduto sul divano davanti al camino col fuoco acceso. Alla sua destra c’era Margherita, alla sua sinistra Alida. Tutti gli altri erano in cucina e stavano animatamente discutendo di attualità e di politica. - Dai nonno, lasciali là gli altri; raccontaci di quando eri piccolo tu. - Alla scuola elementare, per dire che uno veniva da un luogo molto, molto lontano, si diceva: ‘Viene dalle Barolde’. Io abitavo alle Barolde. Anche la Marchesa era molto distante, ma non come le Barolde. Per un lungo tratto la strada per la Marchesa era la stessa, poi, alle due ‘pioppe’ c’era una biforcazio-ne: a sinistra la strada, molto larga, proseguiva per la Marchesa, a destra si re-stringeva e diventava “el stradon de le Barolde”. - Perché era chiamato così, nonno? - Perché era diritto, stretto, alto e solenne sulla campagna. Durante la brutta stagione della pioggia e della neve si riempiva di buche, soprattutto quando, dopo giorni e giorni di freddo, la terra sgelava.
Il disgelo
- Cosa vuol dire sgelava, nonno?
- Quando fa tanto freddo l’acqua si trasforma in ghiaccio: pensa a quando la mamma mette nel freezer una bottiglia di plastica con l’acqua. Hai osservato quanta acqua ci mette? - Non la riempie mai, l’acqua non arriva neanche al collo della bottiglia. - E sapete perché? - Sì, perché l’acqua si trasforma in ghiaccio e occupa più spazio di prima. Se la bottiglia fosse piena si romperebbe. - Brava Margherita. Una cosa simile succede alla terra: col freddo ghiaccia; quando poi la temperatura sale sopra lo zero il terreno sgela e il ghiaccio, prima imprigionato nella terra, si trasforma in acqua e si mescola con la terra diventando fango. Qualche volta avete giocato anche voi con la terra e l’acqua, no?
- Oh, sì. E ci siamo anche sporcate per benino.
- Dai nonno, va’ avanti, intervenne Margherita. - La terra del ‘stradon’ diventava fango. Immaginate quanta fatica si faceva a spingere i pedali della bicicletta. Ci alzavamo in piedi per fare più forza sui pedali, come fanno i corridori in salita, ma quando non ce la facevamo più mettevamo giù i piedi. E allora... - E allora?
Le sgiàvare
- Allora le nostre sgiàvare affondavano nel fango. - Sgiàvare: che nome strambo! Che cos’erano? - Erano delle scarpe particolari che il mio papà ed i miei zii facevano durante l’inverno. La parte rigida, cioè la suola e i tacchi, era costituita da un unico blocco di legno; la tomaia, cioè la parte superiore, era di cuoio. Sotto la suola, vicino al bordo, a distanza regolare, venivano conficcati dei chiodi con la testa larga e sotto, sulla punta e sul tacco due mezzelune in ferro.
- Ma perché tutto questo ferro nella suola? - Perché il ferro dei chiodi e delle mezzelune impediva al legno, di carpino, di consumarsi. Le sgiàvare dovevano durare il più a lungo possibile. - Perché, nonno? - Dai, Alida, non interrompere sempre, se no il nonno non può andare avanti.
- Tu, magari, Margherita, queste cose le sai già, ma Alida no, ed è giusto che chieda. Comunque, vi dicevo, qualche volta capitava che, nello sforzo di tirar su dal fango la sgiàvara, si tirava su il piede, ma la sgiavara rimaneva sotto. - E allora?
- Allora potete immaginare cosa succedeva: reggendomi su una gamba sola e appoggiandomi alla bici mi tiravo su le maniche, affondavo la mano nel fango per cercare la sgiàvara, la estraevo, tiravo via tutto lo sporco che potevo, giravo la bici e tornavo a casa tenendo con la sinistra la manopola del manubrio ed appoggiando la destra, che afferrava con due dita la sgiàvara, all’altra manopola. Ma a questo punto scattava la paura di prenderle dalla mamma... - Perché? Non era stata colpa tua! - Perché le mamme ci raccomandavano sempre di non andare in bici quando c’era il fango. Allora sapete cosa facevo?
- No, cosa?
- Quando arrivavo al portone di ingresso della corte, appoggiavo la bici dietro il muro laterale, vicino al quale c’era uno stretto passaggio pedonale per arrivare al cancelletto. Così nessuno poteva vedere la bici. Guardavo che sotto la barchessa non ci fosse nessuno, aprivo adagio il cancelletto al quale era applicata una piccola carrucola sulla quale scorreva una gossa corda legata allo spigolo superiore del cancelletto e tenuta tesa da un mattone che consentiva che si aprisse il cancello, e che, poi, automaticamente si chiudesse... - Cos’è la barc... - Ancora, Alida, non interrompere, uffa... - Quando ero sicuro che non ci fosse nessuno, andavo con la scarpa in mano sotto la barchessa, cioè il portico che univa le tre stalle, fino alla pompa... - La pompa?
- Sì, una volta, sia in casa che all’esterno, non c’era l’acqua corrente: c’erano le pompe che si azionavano a mano muovendo avanti e indietro un lungo manico di legno o di ferro o di ghisa. Bene, cercavo di fare il minor rumore possibile e.con una mano pompavo, con l’altra mettevo la sgiàvara sotto l’acqua in modo da lavare bene sia la tomaia chi la suola.
- Ma dopo, come facevi a metterla, così bagnata? - Se c’era sole o vento, la appendevo a qualche chiodo all’esterno e io andavo a sedermi in stalla su una balla di paglia, dopo essermi tolto anche le calze. Se invece c’era brutto tempo, indossavo lo stesso le sgiàvare anche se erano bagnate. Pensavo: meglio bagnarmi i piedi che prenderle dalla mamma.
Però, un giorno, ricordo, ero proprio lì che tentavo di lavare le sgiàvare sotto el pòrtego, quando la mamma arrivò. ‘Cosa fai lì?, mi disse. Ti sei infangato tutto, ah! Non solo le sgiavare, ma anche i calzettoni e le braghe. Te l’avevo detto di non andare in bicicletta col fango; non c’è niente di peggio del fango. Per togliere le macchie di fango bisogna fare la lissia...’ - Fare cosa, nonno? - ... la lissia, cioè un lavaggio di acqua bollente e cenere in un grande pentolone di stagno, el parolo. Ma ti spiegherò meglio un’altra volta come si faceva la lissia… E la mamma continuò: ‘E domenica come ti vesto, io?’ Io stavo zitto, contento, questa volta, di averla passata liscia.
Le sbrissiarole
- Nonno Gigi, chiese Alida, ma le sgiàvare le mettevate sempre? - Fino all’età di otto anni noi bambini le indossavamo spesso, anche per andare a scuola. E a scuola, a dire il vero, ci vergognavamo. ‘Ecco che è arrivata la cavalleria delle Barolde!’, ci dicevano sentendo il forte rumore prodotto dalla ferramenta. La suola, di legno, era assolutamente rigida. La suola delle vostre scarpe è rigida? - No, nonno, si piega, perché è di cuoio o di gomma. - Brave! Immaginate per un attimo che la suola non si muova, come le sgiàvare: è una specie di tortura, ve lo assicuro. Noi bambini continuavamo a chiedere di non mettere più le sgiàvare per andare a scuola, soprattutto per il rumore. Dopo varie insistenze, i nostri papà toglievano le mezzelune in ferro davanti e dietro e le sostituivano con due striscioline di copertone di bici, in modo che le sgiàvare facessero un rumore più attutito. Finalmente, in 3^ elementare, siamo stati accontentati del tutto e le sgiàvare sono andate in pensione. C’era però un momento in cui eravamo noi bambini ad andare alla ricerca delle sgiàvare.
- Quando? - Quando, di solito a partire dai giorni della merla, il freddo diventava molto forte, molto più di adesso. Il termometro rimaneva per molti giorni sotto zero.
- Cosa sono i giorni del merlo, nonno?, intervenne Alida. - Della merla, ha detto il nonno, non del merlo.
- Erano chiamati così gli ultimi giorni del mese di gennaio, i più freddi dell’anno. Se la temperatura era molto bassa, significava che ci sarebbe stata poi una primavera mite. Erano chiamati della merla perché, secondo la leggenda, una merla bianca, irrigidita dal freddo, si era riparata in un camino. Lì si era riscaldata, ma quando uscì era diventata tutta nera per il fumo. - Bella questa leggenda! Ma perché una volta inventavano queste storie non vere? - Quando non sapevano come spiegare con la scienza certi fenomeni, allora la fantasia della gente si metteva in moto e cercava una spiegazione diversa, convincente, ma fantastica … - Ma loro ci credevano, poi? - Mah, non è facile rispondere… secondo me si rendevano conto che la spiegazione era frutto di fantasia, ma era comunque un modo per capire perché succedevano certe cose. Per esempio, nel nostro caso, la leggenda della merla riusciva a spiegare perché i merli fossero neri neri e non bianchi e perché i giorni in cui “la merla” si era riparata nel camino, cioè gli ultimi giorni di gennaio, fossero così freddi. - Ma, disse Alida, a me sembra che una volta la gente fosse un po’ stupida a credere a cosecosì… - A te piacciono le fiabe, Alida? - Sì, ma io so che non sono vere… - Anche le persone di una volta sapevano che quelle storie non erano vere, però ne erano affascinati, come tu dalle fiabe, e questo bastava loro per darsi una spiegazione di certe cose, di certi fenomeni che non si riuscivano altrimenti a spiegare. - Ho capito, ma non sono convinta… - Dai Alida, basta con queste interruzioni… torna al racconto, nonno. Perché vi piaceva indossare le sgiàvare, allora?
- Perché l’acqua dei fossi gelava: si formava uno spesso strato di ghiaccio e sul ghiaccio le sgiàvare erano l’ideale, perché scivolavano molto meglio del cuoio. Noi ragazzi, ma anche le bambine, bene imbacuccati e protetti da berretto di lana, calze lunghe tenute su da due elastici in cintura, pantaloni corti di fustagno, sceglievamo il fosso più adatto, cioè quello sufficientemente largo, ma non troppo, se no c’era il rischio che al centro il ghiaccio si rompesse; quello in cui il ghiaccio era più spesso ed anche più limpido. Poi, prima di cominciare, con un lungo bastone facevamo le prove di tenuta: davamo dei colpi, con la parte grossa del legno, sul ghiaccio. Se non si muoveva voleva dire che potevamo scendere sicuri; se, invece, dal punto colpito si formavano delle linee a raggera, allora era meglio scegliere un altro fosso. Quando eravamo sicuri della portata, scendevamo e, uno alla volta prendevamo una lunga rincorsa e poi slittavamo in piedi. All’inizio bisognava passare molte volte sulla pista perché diventasse lucida. - Perché nonno? - Perché sopra il ghiaccio c’era una specie di patina bianca, dovuta alla caduta della nebbia o della brina dagli alberi e per scivolare bene bisognava che venisse via tutta. Poi arrivava il bello... - Cioè? - ... le gare vere e proprie. Vinceva chi riusciva a fare la scivolata più lunga. Inventavamo anche delle varianti: la scivolata de cuciatìna, accucciati, per esempio: in questo caso era più difficile mantenere l’equilibrio. Oppure la scivolata su un solo piede, prima sul destro e poi sul sinistro: ancora più difficile. I capitomboli erano numerosi. Un giorno, dalla lissiara, il locale dove si facevano bollire i pentoloni della lissia, portammo con noi il coperchio in ferro, smaltato di bianco, del grande secchio dove le donne mettevano la biancheria bianca appena lavata. Rovesciandolo diventava uno slittino velocissimo. Uno, di solito il più piccolo, si sedeva sopra il coperchio ed un altro lo spingeva il più velocemente possibile fino all’inizio della pista. Il resto veniva da sé. Finché zia Emma non si accorse della sparizione del coperchio, dopo tre o quattro giorni, potemmo continuare a divertirci. - Tu eri bravo, nonno? - Sì, vincevo spesso le gare, forse perché ero piccolino e leggero. Il fosso che sceglievamo più spesso per le nostre gare era dietro la nostra casa, a nord, dove il sole non batteva mai. Era largo un paio di metri, profondo circa 80 centimetri ed aveva le sponde oblique che sembravano fatte apposta per scenderci dentro con facilità. Passavamo ore e ore facendo le sbrisciaròle lìssie come ‘l saon, sdruccioli lisci come il sapone. Per scivolare meglio andavamo alla pompa, in casa o, più spesso, sotto la barchessa (così eravamo fuori portata degli adulti, pronti a sgridarci), riempivamo il secchio d’acqua e poi lo versavamo sulla pista di ghiaccio. Era un’operazione delicata che andava fatta bene, se no si rischiava di rovinare tutto: bisognava gettare l’acqua a ventaglio, e con una certa forza, ma non violentemente, in modo che essa, ghiacciando subito per la bassa temperatura, si distribuisse uniformente su tutta la superficie. A volte ne serviva tanta, di acqua. Così uno di noi faceva la spola tra il fosso e la pompa. Un giorno deci-demmo di fare una gara ... speciale, la gara col salto. - Come facevate? - Era una delle varianti più difficili che avevamo inventato. La nostra pista di pattinaggio era composta di due parti: la pista vera e propria, dove si scivolava, e la corsia di accelerazione, che doveva rimanere ruvida il più possibile, per evitare di cadere mentre si correva: per questo, quando intorno c’era la neve, ogni tanto la stendevamo sul passaggio; un po’ come la pista del salto in lungo, l’avete visto, no, alla televisione? Ognuno di noi, in base alle regole stabilite, doveva prendere una rincorsa veloce nella corsia di accelerazione e, prima che iniziasse la pista lucida, doveva spiccare un salto, il più lungo possibile. La difficoltà consisteva nello stare in equilibrio dopo il salto continuando con una scivolata. Succedeva spesso che qualcuno cadesse, ma tutti avevamo imparato a cadere ‘bene’ sul sedere. Qualcuno, per esempio io, per evitare spantazà, cioè cadute dall’alto non controllate, si legava un cuscino al sedere. E tutti ridevamo a crepapelle. Un giorno arrivarono anche alcuni compagni di classe dal paese e tutto procedeva per il meglio. Quando toccò a me, presi la rincorsa, spiccai un gran salto e..
- eee... -... e il ghiaccio, già sollecitato da molti precedenti salti, trac... si aprì sotto di me. Sentivo l’acqua arrivarmi al petto; con le braccia mi tenevo aggrappato lateralmente ai blocchi di ghiaccio, ma mi rendevo conto che il ghiaccio avrebbe tenuto ancora per poco. Paolo fu pronto ad allungarmi un bastone e risalii sulla riva. Il gioco era ormai finito. Paolo e Danilo mi accompagnarono in casa, mentre gli altri, sconsolati e delusi, se ne tornarono alle loro abitazioni. La mamma mi tolse i vestiti, mi mise accanto al fuoco del camino, appese alla catena una ramina piena d’acqua, prese il grande mastello di legno vicino all’acquaio, vi versò l’acqua bollente aggiungendovi poi vari secchi di acqua fredda. Non disse una parola; mi fece il bagno e, mentre mi stava asciugando mi disse: “Arda che no te t’inventi ‘ncora de nare a slissiare”, non andare mai più a scivolare sul ghiaccio.
2. El stradon
Quando, dopo il disgelo, la terra si induriva, i nostri genitori e gli zii passavano con l’erpice tirato dai buoi o, in periodo più recente, dal trattore, per togliere le buche più profonde. All’andata sistemavano la parte destra facendo il colmo al centro e al ritorno la sinistra, sempre con la pendenza laterale. - Perché, nonno, dato che facevano il lavoro, non sistemavano bene la strada in modo che fosse tutta liscia? - Il mio papà e gli zii non facevano le cose a caso, ma si servivano della loro esperienza per fare bene i lavori. In questo caso se l’acqua della pioggia fosse rimasta su un terreno piano, sarebbe stata lentamente assorbita dalla terra e avrebbe lasciato delle buche più o meno profonde a seconda della durezza del terreno: più profonde dove la terra fosse più morbida, meno dove fosse più dura. Così facevano di proposito il colmo in mezzo alla strada in modo che l’acqua piovana potesse scendere giù nel fossato facendo il minor numero possibile di buche. I fossi avevano anche proprio la funzione di raccogliere le acque della pioggia dalle strade e dai campi, di rilasciarla adagio nei terreni circostanti e di confluire in corsi d’acqua più grandi. Dopo aver finito questo lavoro arrivava Marini col camion e rimorchio pieni di ghiaia. Al ponte delle due pioppe cominciava a scaricare quella grossa. Tutti andavamo là, a piedi, ad ammirare lo spettacolo a bocca aperta: nessuno aveva mai visto un camion così, rosso fiammante e per di più ribaltabile: l’autista tirava una leva e, magìa, il cassone del rimorchio si alzava e la sponda posteriore lasciava cadere una gran quantità di ghiaia, che scendendo faceva il rumore di un violento acquazzone. Una decina di uomini con carriole e badili la stendeva in maniera regolare e il camion aspettava che tutta la ghiaia fosse stata utilizzata per poi scaricarne ancora.
Noi ragazzi avremmo voluto aiutare i grandi con le nostre palette, ma guai ad avvicinarsi.
- Invece di essere contenti!
- Loro sembravano gelosi del lavoro e non volevano bambini fra i piedi. I bambini non dovevano in alcun modo ostacolare il lavoro dei grandi.
- Sembra quasi che non gli volessero bene!
- Anche noi bambini avevamo subito questa impressione, ma poi ci rendevamo conto che le regole vanno rispettate, e una di queste era che i bambini non dovevano intralciare in alcun modo i lavori dei grandi. Poi va detto che i papà, in genere, erano poco espansivi… ti davano un bacio nelle grandi occasioni, alla prima comunione, alla cresima, quando ti ammalavi… Era la mamma a manifestare più apertamente il suo affetto per i bambini..
- Come quando te le suonava se ti sporcavi le scarpe o la maglia…
- Devi pensare, Alida, che la mamma doveva insegnarci a crescere rispettosi ed ubbidienti, e quindi, qualche volta si mostrava severa. Il più delle volte noi bambini sapevamo come evitare i castighi e allora la mamma, che non sapeva più cosa fare, ci minacciava dicendo:”A ghe lo digo mi a to opà stasera quando ‘l vien casa da i canpi”, lo dico al papà quando torna stasera dai campi.
- E allora, cosa succedeva?
- Qualche volta la mamma si dimenticava – o forse non voleva- raccontare al papà quanto era successo; talvolta, invece, lo diceva veramente e allora …
- E allora…
- il papà mi chiamava, “vien qua, ‘sa gh’èto fato?”, vieni qui, cos’hai fatto? Gnénte, niente, azzardavo. Se no te gavéssi fato gnénte, to mama no la m’avarìa dito gnénte; te convién dirme in pressia ‘sa te ghé fato, se tu non avessi fatto niente, la mamma non mi avrebbe detto niente; ti conviene dirmi in fretta cos’hai combinato.
E così dovevo raccontare quanto era successo e aspettarmi la punizione, che il più delle volte era di andare nella stanza accanto, da solo, e aspettare che qualcuno mi facesse rientrare, su ordine del papà
- Però, non scherzava mica tanto…
- Dai, Alida che il nonno ci finisce il racconto.
Sul stradon, gli uomini erano velocissimi nello stendere la ghiaia, ma per finire il lavoro servivano 3 o 4 ore, qualche volta anche di più. Quando il camion aveva scaricato tutto, si girava e se ne andava e gli uomini, dopo aver stesa tutta la ghiaia con i badili, passavano con un pesantissimo rullo in pietra, trainato dai buoi o dal trattore. Poi aspettavano che Marini tornasse con la ghiaia fine appuntita. E l’operazione di stendere la ghiaia veniva ripetuta, questa volta con molta più celerità.
- Perché ghiaia appuntita e non tonda? Se andavate in bicicletta non c’era il pericolo di forare?
- E’ una bella domanda, Margherita. Veniva scelta la ghiaia appuntita e non molto piccola perché al passaggio dei vari mezzi di trasporto (carri, rimorchi, trattori) essa si conficcava più facilmente nel terreno e non scivolava via nel fosso come la ghiaia tonda. E’ vero però che era più facile bucare le gomme delle bici. Per questo le mamme, il mattino ci facevano partire almeno mezz’ora prima dell’inizio delle lezioni, per avere il tempo, nel caso in cui forassimo o in cui la catena uscisse dalla ruota dentata, di arrivare lo stesso puntuali in classe.
- Eravate tanti bambini?
- Eravamo in sei delle Barolde a frequentare le elementari. Di solito lungo el stradon si procedeva affiancati a due a due, mentre dopo le due pioppe si stava anche in tre, sebbene le mamme continuassero a raccomandarci di stare in fila indiana. Un giorno, sul stradon, mentre io stavo sorpassando, al centro, sul colmo della strada, i due cugini che mi precedevano, sono scivolato su uno strato più spesso di ghiaia e sono finito a terra insieme agli altri. Ci siamo rialzati, abbiamo guardato le mani, le ginocchia e i pantaloni: c’era solo qualche escoriazione, un po’ di sangue qua e là, ma niente di preoccupante. A Danilo era andata giù la catena e, girata la bici con le ruote all’in su, la rimise al suo posto con le mani, sporcandosi ben bene di sonzon, di unto nero. Nessuno s’è sognato di proporre di tornare a casa per medicarsi e per lavarsi.
‘Quando arriviamo al capitello ci laviamo con l’acqua della pompa’, disse la Sandra, che era un po’ la mammina del gruppetto.
‘E tu, Danilo, pulisciti un po’ con la terra per coprire l’unto’. Così facemmo. Un po’ prima del capitello, in fianco alla mura dei Campolongo, ci siamo disinfettati alla nostra maniera, ci siamo lavati le mani, soprattutto Danilo, ci siamo asciugati alla meglio coi fazzoletti e abbiamo raccomandato a Paolo, che si lamentava per il dolore al ginocchio, di stare zitto e di non lagnarsi. - Perché, poverino? - Perché temevamo che arrivasse la notizia dell’accaduto ai nostri genitori. Ma durante la ricreazione Paolo non ce la faceva più: il ginocchio gli si era gonfiato e la maestra chiese al bidello di accompagnarlo all’ospedale, che distava poco più di due chilometri. Il bidello alzò di peso Paolo e lo sedette sulla canna della bici e ritornò con lui prima che le lezioni finissero.
‘L’hanno medicato. Aveva alcuni sassolini fin dentro la carne; adesso sta meglio’, disse alla maestra. E per quel giorno Paolo tornò a casa sulla canna di Danilo; la bici di Paolo la tenne il bidello nella sua casetta. ‘Domani ti farai por-tare a scuola e poi tornerai con la tua bici’.
El stradon delle Barolde era bellissimo: lungo come un serpente, sopraelevato rispetto ai campi di tre o quattro metri, due verdi filari di salici che arrivavano fin quasi dentro la corte. D’estate si stava bene alla loro ombra, protetti dai rami a ventaglio; d’inverno passavamo sotto i rami coperti di brina con la testa sempre per aria per ammirare lo straordinario spettacolo. Noi ragazzi, quando i grandi erano o in casa o al lavoro nella càmara marangon, cioè nella falegnameria di fronte al caseggiato principale, prendevamo di nascosto sull’aia una pertica ciascuno e andavamo sullo stradon a sbattere la brina. Se eravamo in due ci mettevamo uno sul filare di destra e l’altro su quello di sinistra. Se eravamo in quattro, due stavano davanti di una trentina di metri e due dietro, uno da un lato e l’altro dall’altro. Vinceva la gara chi in un tempo determinato riusciva a ripulire dalla brina la maggior quantità di rami. Spesso nascevano delle dispute perché c’era chi, come Danilo, che per fare più in fretta, non puliva bene i rami. Per questo motivo si decise che sarebbero stati conteggiati solo i rami perfettamente puliti. Questo gioco però non era possibile farlo tutti gli anni, perché ogni altro inverno i nostri genitori scalvavano i rami dei salgàri
3 Il taglio dei rami di salice
Ogni due anni, all’inizio dell’inverno, gli uomini prendevano una scaletta di legno e la appoggiavano al tronco o a qualche grosso ramo; usavano el stegàgno, il pennato, piuttosto pesante, specialmente per scalvare, cioè per tagliare e potare.
Il papà o gli zii si facevano largo tra i rami usando il pennato de costa e de taio, di taglio e di penna; il pennato lo tenevano tacà a l’anzìn, una sorta di uncino doppio, dietro la schiena, che pendeva sul sedere. Legavano la pièra, la cote per affilare la lama del pennato, lateralmente alla cintura. - Un po’ come i cow boy, che avevano la pistola alla cintola… - Sì, proprio così. Tagliavano ad uno ad uno tutti i rami dei salici, facendo saltare in aria con maestrìa le piccole scaglie del salice.
‘Sta’ più in là, spostati’, mi diceva mio padre quando andavo sul stradon a guardare il taglio dei rami.
‘E’ pericoloso; se una scheggia ti arriva su un occhio te lo porta via’.
Stendevano poi i rami a terra lungo el stradon, lasciando uno stretto passaggio per le biciclette.
- E poi, li usavano per scaldarsi in casa?
- No, Margherita, il legno di salice è molto leggero e si consuma molto in fretta; non era quindi adatto per il riscaldamento. Per questo scopo si usava il legno del pioppo, che non era comunque tra i migliori, ma, soprattutto il noce e el spinaro, la robinia, che erano legni molto forti. - E di tutti quei rami che cosa ne facevano allora?
- Li caricavano su un carro o sul rimorchio e li portavano sull’aia di mattoni, già coperta con le piante del granoturco o con le sole radici, i scataròni, per proteggerla dalle gelate. Qui, un po’ alla volta, facevano la punta ai pali col stegagno de taio,tenendo alto il palo su un ceppo di legno e quindi, con un coltello curvo, gli uomini e le donne toglievano la scorza ai pali e sistemavano in mucchi diversi i pali di spessore più grosso e quelli più fini. I primi servivano come sostegno per i filari di viti coltivate a spalliera; i secondi come tutori per le piante di fagiuolo o di piselli. Talvolta, in mezzo alle cataste di pali sull’aia, si nascondevano degli animali. Come quella volta ...
- Quando?
La martora
- Era una domenica pomeriggio di febbraio; il sole splendeva alto nel cielo. Eravamo tutti sull’aia a goderci uno sprazzo di primavera. Erano venuti anche i numerosi cugini dal paese. Saremmo stati una trentina. Ad un tratto sentimmo l’urlo di Benito, che allora era il fidanzato di mia cugina Maria: ‘Un martorélo, un martorèlo’, una martora, una martora! Tutti interrompemmo i giochi e corremmo sull’aia, là dov’era Benito. ‘L’ho vista, si è rifugiata lì in mezzo alla catasta. Tiriamo via i pali, dai!’. Tutti ci demmo da fare per togliere i pali. All’improvviso, con uno scatto fulmineo, l’animale dalla bellissima pelliccia rossiccia fuggì dal suo nascondiglio a tutta velocità dirigendosi verso il silos dei foraggi. Benito e tutti noi ci mettemmo a correre dietro la martora. A nessuno di noi venne il dubbio che quella non fosse una martora, anche se non l’avevamo mai vista, perché l’aveva detto Benito e, tutti lo sapevano, lui era un grande esperto di animali, di alberi e di piante; lui non poteva essersi sbagliato. ‘E’ entrata nella canaletta di scolo del letamaio. Voi due rimanete lì di guardia all’imbocco’, disse a me ed a Paolo. ‘Io vado a prendere un sacco e tor-no. Voialtri intanto’, disse a Romano ed Alberto, ‘state di guardia all’uscita del tunnel. Tu, Renzo, vieni con me, che prendiamo anche quella stia per polli vuota vicina al magazzino. Eravamo tutti agitatissimi. Dopo pochi minuti ricomparve Benito con il sacco (che buttò per terra vicino al letamaio), con la stia (che aveva il coperchio staccato) e con un mucchio di foglie.
- Chi ha un fiammifero?, chiese.
-A cosa voleva dar fuoco?
- Ma stai un po’ zitta?
Renzo, il fumatore del gruppo, senza sapere che cosa ne facesse dei fiammiferi, gli passò una scatola di cerini. Benito mise le foglie secche all’imboccatura della galleria in cui era entrata la martora e disse a Romano ed Alberto di mettere il sacco all’uscita della galleria, tenendolo ben stretto con le mani al tombino. Benito accese un cerino e le foglie cominciarono a sprigionare un fumo fastidioso. Usando un cartone come ventaglio Benito incanalava il fumo dentro la galleria. Di lì a poco, all’improvviso, un urlo:
‘E’ dentro il sacco; è qua’.
Benito fu là in un attimo: tenne l’imboccatura chiusa del sacco, mise lo scarpone sul collo dell’animale per impedirgli di girarsi all’interno; prese con le due mani il sacco dove c’erano la testa e il collo dell’animale; lo alzò e ‘liberò’ la martora all’interno della gabbia per polli. Si affrettò ad appoggiare il coperchio di rete sulla parte superiore della stia, tenendolo ben premuto.
Eravamo tutti in ansia, con gli occhi sgranati, per vedere come sarebbe andata a finire.
E, dico la verità, cominciavo a temere per la sorte della povera martora, che girava come impazzita dentro la gabbia: assomigliava ad uno di quegli acrobati del circo in moto all’interno della gabbia metallica circolare.
- E come è andata a finire, nonno?
- All’improvviso la martora ci lasciò tutti di stucco e senza parole: mentre continuava vorticosamente a girare all’interno, con un balzo incredibile si fece beffe della sorveglianza di Benito, si infilò, distendendosi come se fosse piatta, sotto il coperchio e partì come un razzo incanalandosi in un fossetto senza acqua. Ci guardammo in silenzio, contenti, in fondo, che l’incontro con la martora fosse finito così.
4. El traion
Le nevicate, allora, erano frequenti e abbondanti, e la neve non si scioglieva in fretta: poteva rimanere anche per settimane intere.
- Faceva più freddo di adesso e nevicava più spesso?
-Sì, c’erano degli inverni molto più rigidi. La temperatura scendeva spesso sotto zero e la neve cadeva abbondante. Già abbiamo visto che i fossi gelavano con facilità.
Appena smetteva di nevicare, mio padre e i miei zii tiravano fuori dalla stalla i buoi (o, in anni più recenti, il trattore), agganciavano al timone el traiòn, uno spazzaneve a forma di àncora con un’alta punta davanti.
Tutti noi bambini, maschi e femmine, sedevamo sul traion ben imbacuccati e cantando e gridando arrivavamo fino al capitello di San Rocco, vicino alla chiesa. Salutavamo lungo il percorso tutti quelli che incontravamo, felici per la bellezza del paesaggio...
- Adesso non esagerare, nonno. Le Barolde non erano certo belle come l’Umbria, la Toscana o le Cinque Terre che abbiamo visitato insieme...
- Non ho fatto di proposito confronti, Margherita. Certo, i luoghi che hai citato tu sono bellissimi, ma, credi, anche il paesaggio della campagna, dopo una nevicata, era straordinario. In quelle occasioni, non lo nascondo, eravamo felici ed eccitati, oltre che per lo spettacolo naturale, anche per il fatto che eravamo autorizzati a saltare la scuola.
El traion, guidato da dietro e premuto a terra con un timone da mio padre a piedi, buttava la neve ai lati della strada, dando la possibilità di passare coi vari mezzi di trasporto, comprese le biciclette.
Se però di notte la temperatura scendeva sotto lo zero, sulla neve liscia si formavano dei lastroni di ghiaccio che diventavano pericolosissimi perché si scivolava come sull’olio.
Un giorno, disubbidendo ai genitori, utilizzammo quei lastroni come sbrissiarole. Ci sembrava di volare.
Fu allora che passò Bepi Crivellente con la bici.
- Cosa fate, disgraziati, sulla strada? Volete far cadere la gente?, ci apostrofò alzando minacciosamente la mano sinistra dal manubrio. Proprio in quell’istante Bepi barcollò e cadde a terra imprecando. Non s’era fatto niente di grave, ma in dieci secondi eravamo spariti tutti dalla circolazione.
Adesso possiamo concludere, per stasera, e avviarci a nanna.
La tombola
La sera delle domeniche invernali di solito si giocava a tombola, usando come segnanumeri i grani di polenta.
- Anche noi abbiamo giocato, qualche volta, con la mamma e il papà, ma usavamo i fagioli.
- Qualche volta anche noi, ma preferivamo i chicchi di granoturco perché erano più piccoli e ruvidi al tatto. La posta in gioco era di pochi spiccioli.
Qualcuno teneva una sola cartella; altri due o tre; i più abili seguivano sei cartelle, per avere la serie di tutti i numeri, dall’1 al 90, senza doppioni; a qualcuno, invece piaceva proprio avere i numeri doppi, per metter giù più grani contemporaneamente sperando di essere favorito nella vincita. Erano delle partite lunghissime; il cartellone era tenuto a turno dai presenti e c’era molta diversità tra l’uno e l’altro nell’annunciare i numeri. C’era chi, come le nostre sorelle maggiori, leggeva con ritmo regolare ed a voce alta i numeri; chi, invece, come i nostri fratelli, andava a sbuffi, come un treno a vapore: adagio all’inizio, per poi aumentare la velocità di estrazione delle pedine.
- Sai che rottura?
E’ proprio così. Difatti, immediatamente, le donne protestavano perché non avevano capito o non erano riuscite a mettere sulle cartelle tutti i grani di polenta. E si affollavano le richieste di sapere se era uscito il 15, l’1l, il 68, ...
Quando c’erano i nostri fratelli più grandi, ridevamo molto, perché facevano battute a raffica. Commentavano ogni numero uscito, per esempio: quarantotto, asino cotto; settantasette: le gambe delle vece; uno, paron de gnessuno; due: l’asino e il bue, e facevano continue allusioni alle simpatie ed agli amori delle nostre sorelle più grandi. Noi piccoli ci agganciavamo subito per chiedere:’Come si chiama quello che va con la Gabriella?’
E lei, di rimando:’Ma sta zitto, tu, che hai ancora il pissoto, il cuscino al sole! Dopo due o tre partite, la mamma metteva sulla tavola grandi vassoi con la zuca baruca o quella violina, che sparivano in un baleno. Dal ripiano in ferro della cucina economica tirava fuori, poi, le miole brustolà, i semi abbrustoliti di zucca, che sbucciavamo pazientemente per delle mezz’ore, nelle brevi pause della lettura, facendo attenzione di non perdere i numeri. Renzo faceva apposta a fare un rumore del diavolo quando le apriva. Immancabilmente la Rita gli diceva: Renzo, non hai ancora terminato de rompare le nose?, una frase con un evidente doppio senso.
- Quale, nonno?
- Non mi dirai, Margherita, che devo proprio spiegarti tutti questi particolari!
- Ma nonno...
- Ogni tanto c’erano delle dispute sulle vincite, soprattutto quando erano in due o tre a dichiarare la vittoria. Quando veniva dichiarata la tombola, chi teneva il cartellone prendeva la cartella del vincitore, leggeva a voce alta i numeri presenti e immancabilmente diceva che uno dei numeri non era stato estratto. Subito le proteste degli altri: ‘Ho già tirato via tutti i grani dalle mie cartelle; come faccio adesso?’.
E le proteste del ‘vincitore’: ‘No, sono sicuro che ci sono tutti i numeri; fai apposta!’. Poi, tutto finiva in una risata.
Sembrava impossibile: alcuni dei vincitori erano sempre gli stessi.
‘A te gh’è un culo che no l’è gnanca tuo!’, hai una fortuna incredibile, era la frase di rito.
- Però, dicevate anche le parolacce, nonno.
- Eh, qualche volta sì, Alida. In effetti in campagna si usavano spesso espressioni di quel tipo.
5. Le zéste
In dicembre il mio papà, specialmente nei giorni di pioggia, apriva il portone del magazzino e faceva zéste e cavàgne, ceste e cestoni; si sedeva vicino all’entrata, per respirare meglio e, soprattutto, per vederci bene.
Prendeva le strope, i vimini, tagliati qualche giorno prima dai stropari, gli alberi di vimini, le sceglieva in base al diametro ed alla lunghezza e cominciava a fare il fondo, lasciando ad intervalli regolari dei vimini abbastanza lunghi all’esterno, in modo da intrecciarvi poi la parte laterale.
- Era difficile questo lavoro?
- Richiedeva una grande abilità ed erano pochi quelli che lo sapevano fare bene.
- E tu, hai imparato, nonno?
- Io, pur avendo guardato tante volte papà mentre lavorava i vimini, non ho mai imparato.
I cesti più belli, per esempio quelli che sarebbero stati utilizzati in casa, per il pane comune, o le grandi ceste per contenere il pane biscotto, richiedevano una lavorazione supplementare: mia madre preparava una grande ramina piena d’acqua in lissiara, e quando bolliva, mio padre vi metteva dentro le strope.
- Perché, le bolliva?
- Sì. In tal modo la scorza esterna delle strope si toglieva con facilità e i cesti, alla fine, erano bianchi ed eleganti. La cesta del pan biscotto la tenevamo al primo piano nella camera sopra la cucìna, appesa ad una catena agganciata al soffitto.
- E perché la mettevate proprio lì? Non dovevate ogni volta fare le scale per andarla a prendere?
- Era una camera abbastanza calda, perché era sopra la cucina economica e il camino e ci passavano le canne fumarie sia dell’una che dell’altro. Così il pane si conservava croccante e non diventava tegnizo, difficile da masticare, perché gommoso. Veniva poi appesa al soffitto perché, se ci fosse stato qualche maréciola, non sarebbe riuscito a raggiungere in alcun modo la cesta.
Durante la lavorazione, mi piaceva sedermi, con la careghina, il seggiolino, vicino al mio papà.
Era l’occasione per parlare un po’ di tutto.
Il papà mi chiedeva della scuola, dei miei compagni, dei giochi; io gli domandavo informazioni su qualche lavoro, ma soprattutto, sul fucile che teneva nella sua camera da letto, appeso ad un grosso chiodo.
Un giorno gli chiesi: ‘Ma come mai tu, papà, che non vai a caccia come lo zio Severino, tieni un fucile in casa?’. Notai il suo imbarazzo nel rispondermi.
‘Ce l’ho sempre avuto, da quando son tornato dalla guerra. Sai, qui alle Barolde siamo lontani da altre case e, se vengono i ladri, una schioppettata li può far scappare, specialmente col mio Browining, che è un fucile semiautomatico a cinque colpi’.
- Cosa vol dire, nonno, semiautomatico?
- C’è questa differenza tra il fucile automatico e il semiautomatico. Col primo, tenendo premuto il grilletto, i colpi partono uno dopo l’altro, come se fosse un mitra; col secondo, invece, premendo il grilletto, parte un solo colpo; per farne partire un altro occorre premere di nuovo il grilletto.
‘E ti è capitato di sparare?’, chiesi a mio padre, sapendo di aver posto una domanda che sarebbe stata giudicata inopportuna.
Sparatorie
- Sì, qualche volta ho sparato, soprattutto subito dopo la fine della guerra, quando venivano a rubare le galline e i raccolti di notte. Di solito, sparando in aria, scappavano via.
- Ma uscivate di casa per sparare?
- No, sarebbe stato troppo pericoloso. Hai osservato le finestre del piano superiore, compresa quella della tua camera? Hanno una particolarità.
- Sì, ho visto, ho visto. Hanno un foro rotondo, e un’assicella che, attaccata con un chiodo, si sposta a destra o a sinistra verso l’alto, lasciando aperto il buco. Noi ci giochiamo spesso. - Ecco, in quei fori inserivamo la canna del fucile, guardavamo la direzione e sparavamo.
- Avete colpito qualcuno, qualche volta?
- No, stavamo bene attenti a non sparare in basso.
Su quegli episodi il papà non mi ha mai detto di più.
Dopo alcuni anni, quando già frequentavo l’università, la mamma mi ha raccontato che subito dopo la guerra, quando c’era molta miseria e la gente aveva poco da mangiare, c’erano uomini e donne che andavano, di notte, a portar via i raccolti in campagna.
‘Venivano anche da noi, alle Barolde, armati. I nostri uomini caricavano le cartuccere, prendevano i fucili e i mitra ...’. ‘Anche i mitra?, chiesi io. Ma non era proibito?’. ‘Sì, ma devi pensare che subito dopo la guerra tutti avevano armi, che si erano portati a casa o che avevano tolto ai tedeschi in fuga. Quelli che venivano a rubare erano armati anche loro.
I nostri uomini partivano in sei o sette, si appostavano, con gli stivaloni, dentro i fossati con poca acqua e facevano la guardia.
A casa stavamo col cuore in gola quando sentivamo che l’aria era lacerata dal crepitio dei mitragliatori: botta e risposta da una parte e dall’altra’.
‘Ma come mai, mamma, il papà non ne ha mai parlato?’.
‘Non voleva che voi veniste a conoscenza di questi episodi, che non erano belli. Adesso io te li sto raccontando, ma mi raccomando di non farne assolutamente cenno al papà. Lui non vuole. Non vuole che voi cresciate provando odio o rancore verso nessuno.
Sapevamo tutti chi erano quelli che venivano a rubare, li conoscevamo ad uno ad uno: alcuni di loro avevano lavorato alle Barolde ed erano stati aiutati dal papà in situazioni molto difficili. Erano poveri, ma la stragrande maggioranza dei poveri non andava a portar via la roba. Loro andavano in giro dicendo che era giusto togliere la roba e la proprietà a chi l’aveva per distribuirla a coloro che non ce l’avevano.
Una notte tuo zio Nando, che aveva sposato Severina, la sorella di tuo papà, per poco non ci lasciò le penne.
Era partito per i campi in Tafèle, a un chilometro circa dalla nostra casa, con il mitra. Iniziò una sparatoria e lui, dentro la Seriola, stava per essere circondato da quelli che erano venuti a rubare.
Per fortuna tuo padre e tuo zio Severino si sono resi conto di quanto stava accadendo e sono riusciti a togliere l’assedio. Zio Nando era rimasto completamente a secco di munizioni’.
(CONTINUA...)